La scaletta c’era, ma non ha resistito a lungo.
È bastato iniziare a parlare perché diventasse superflua; le domande sono rimaste implicite, assorbite dal flusso di una conversazione che non aveva bisogno di essere guidata.
Siamo seduti a un tavolo. Non c’è un’intervista, non c’è un ordine prestabilito. Le cose importanti emergono come fanno sempre: senza essere forzate.
Lui comincia parlando di schemi. Per trent’anni ha lavorato in finanza: numeri, processi, strutture, un mondo costruito su logiche precise e misurabili. «Ho vissuto di schemi», dice, senza distanza né giudizio. Era semplicemente il modo in cui percepiva e stava nel mondo.
Quel percorso arriva fino alla soglia dei cinquant’anni poi qualcosa si consuma. Non crolla, non esplode: semplicemente si esaurisce. «Sentivo che la spinta creativa si stava spegnendo. E per me l’entusiasmo è vitale.»
In parallelo entra nella sua vita un altro paesaggio. Attraverso sua moglie, gallerista di design storico, comincia a frequentare artisti, designer, architetti. Ambienti meno normati, meno leggibili. Senza un progetto, in modo quasi distratto, compra le prime fotografie; è la fine degli anni Ottanta, quando il mercato della fotografia in Italia è ancora marginale, quasi invisibile.
«È stato tutto pulsionale. Non c’era una strategia.»
Eppure qualcosa risponde. Una sensibilità che forse c’era sempre stata, ma che non aveva ancora trovato un linguaggio. Mentre il mondo della finanza perde forza, quello delle immagini comincia a chiedere spazio. Non come fuga, ma come necessità.
Il passaggio è netto: chiude con il suo percorso professionale e, a cinquant’anni, si riscrive all’università. Seconda laurea, Storia dell’arte. «Studiare a quell’età è diverso. Non vuoi superare un esame. Vuoi capire. Vuoi che le cose ti restino dentro.»
Una fotografia di Joel-Peter Witkin, vista al Castello di Rivoli. «Quando l’ho vista ho sentito che doveva essere mia.» Non un gusto, non un apprezzamento bensì un bisogno. L’opera però è introvabile. Dopo mesi di ricerche la trova in California, l’ultima copia. La compra. E intorno a lui nessuno capisce; né l’immagine, né il desiderio di esporla in contesti formali, né il bisogno di conviverci. Ne parla in analisi e lo psicanalista gli dice: «Si è comprato un pezzo di sé.»
È una frase che apre tutto. «Ho capito che in quell’immagine c’erano parti di me.»
Non solo le parti rassicuranti ma anche quelle più scomode.
Da lì il conflitto non scompare, ma cambia natura. Non chiede più di essere risolto, viene accettato. L’opera diventa uno specchio, e guardarla ogni giorno significa stare dentro quello sguardo senza difese. L’accettazione è uno scomodo che, col tempo, diventa comodo non perché cambi, ma perché smette di spaventare.
La collezione prende forma così. Ogni fotografia è un frammento identitario. Eros, Thanatos, feticismo, perturbamento, melanconia. Non come temi teorici, ma come parti vissute, riconosciute, tenute insieme. «Io abito l’immagine, ma l’immagine abita me.» È un mutuo possesso, un dialogo continuo. Il possesso non come feticismo, ma come relazione profonda. Non sono le cose a vivere nel collezionista, è il collezionista che vive in esse.
Poi parla del “triangolo magico”, l’opera al centro. L’artista che vi proietta sé stesso. Il collezionista che, riconoscendosi, la ricrea. E quando tutto funziona nasce un legame silenzioso tra chi ha creato e chi ha scelto.
«Non succede sempre. Ma quando succede, è perfetto.»
La casa diventa così un’estensione dell’identità, non una galleria, non una dichiarazione; uno spazio abitabile. Le immagini non spiegano, non rassicurano, ma semplicemente stanno. Così come stanno certe parti di noi quando smettiamo di nasconderle.
È qui che si riconosce un’attitudine, un’eleganza che non schiarisce tutto, che non addomestica. Un’eleganza che accetta anche ciò che nella quotidianità può apparire buio, ambiguo, non pacificato. Non per celebrarlo, ma per riappropriarsene.
La conversazione rallenta. Non perché sia finita, ma perché ha trovato il suo punto di quiete.
La scaletta è ancora sul tavolo, intatta.
Io prendo la macchina fotografica. È un gesto naturale, quasi inevitabile. Fotografare diventa un altro modo di restare dentro quella conversazione, senza aggiungere parole. Un modo di abitare lo spazio che abbiamo appena attraversato.
Lui si muove tra le immagini con calma. Non le spiega. Non le difende. Le riconosce.
In fondo non si tratta solo di costruire una collezione, ma un luogo.
Un luogo in cui stare, anche, e soprattutto, con ciò che non chiede di essere addolcito.





