Paolo Parisi: l’uomo che cercava la terra, e ha trovato il mareQuando Paolo Parisi parla, sembra riavvolgere un film che ha già visto troppe volte. «Ormai ho passato tutto a mio figlio», dice, come chi si alleggerisce per poter andare oltre. Figlio di un medico e di una farmacista, cresciuto nella certezza di un destino già scritto, Paolo quel destino lo ha sfidato più volte.
C’è stato un tempo in cui la sua vita correva veloce: ventimila euro al mese, appuntamenti, agende piene, la sensazione di essere dentro la corrente giusta. Poi la crisi. Non una qualunque, dice lui: «La crisi del benessere, la più letale».Una caduta che somiglia alla trama di una vecchia telenovela: anche i ricchi piangono.E Paolo, a un certo punto, ha smesso di galleggiare.Si licenzia. Se ne va in campagna. Il padre lo guarda come si guarda un figlio che sceglie la strada sbagliata. «Lui era contrario, quindi l’ho fatto anche per sfida».C’è un desiderio semplice alla base di tutto: capire se riusciva a vivere davvero, piantare i propri picchetti, costruirsi un confine che gli appartenesse. «Sarebbe il sogno di tutti», dice.Ed è lì che inizia la seconda vita: 900 giorni da pastore, con le pecore e un cavallo.Non c’è romanticismo nel suo racconto, solo verità: «Figlio di farmacista, costretto a uscire con la pioggia e la neve. A volte mi sembra di raccontare la storia di un altro».Oggi, quando prova a ricordare quei giorni, va al frantoio. È come se lì fosse rimasto qualcosa di lui.«Ho abbandonato la terra. Ho settant’anni», dice piano, senza tristezza.Il tempo non lo spaventa. Gli interessa capire. «Bisogna tramandare. Guardarsi indietro. Vedere dove abbiamo sbagliato».Poi una frase che sorprende: «Mi sento un eletto».Non lo dice per presunzione: lo dice come chi è sopravvissuto.Paolo pensa che il mondo sia arrivato al suo punto di ritorno. «Lo stiamo spremendo come un’arancia. Si spera che non ci voglia una guerra per capirlo. Bisogna ragionare cinicamente, filosoficamente».E questa filosofia gliel’ha insegnata anche un viaggio in Giappone.«L’Italia gli somiglia, ma loro non sono come noi. Noi siamo egoisti, teste di cazzo, geni dell’asilo». Lo dice ridendo, ma non troppo.La sua via d’uscita non l’ha trovata negli uomini, ma nella natura.Un giorno prende un mappamondo e ci passa una mano sopra: «Il settanta per cento è mare. Sarebbe giusto sfruttarlo bene. Così la terra potrebbe respirare».Il mare, lentamente, diventa una vocazione.Da tre anni sistema un piccolo caicco in legno. Lo accarezza con l’ostinazione di chi vuole un mezzo per ripartire. «Sono istintivo», confessa. «Ma già in sei persone è troppo: non riesco a trasmettere».Ora la sua fede è liquida e blu: «Credo nel mare».Gli torna in mente una frase che Oliviero Toscani gli disse una volta:«Paolo, pensa a un extraterrestre che arriva sulla Terra, si ferma sull’Italia e chiede: ma cos’è quello stivaletto?».Poi cita Agnelli e Pirelli, e il loro legame con la gomma, la terraferma. «Noi tutto sulla gomma. Niente mare».Lui, invece, sogna di spostarsi solo via mare.Sorride mentre dice: «In quindici minuti al telefono ti ho dato una visione logica del futuro».Poi si definisce figlio del consumismo, della comunicazione, della tecnologia che lo mette in contatto con il mondo — e con te, mentre parla.
Alla fine della conversazione resta un’immagine: una barca che lascia il porto, un’uscita verso l’isola d’Elba, e Paolo Parisi che guarda avanti come chi non smette mai di cercare.Forse la terra l’ha abbandonata, ma il mare gli ha dato un orizzonte nuovo.




