PIER LUIGI PIZZI

“Io sono in bianco e nero” - L’estetica come destino . Se dovesse sintetizzareil suo intero immaginario in un’unica forma geometrica, quale sarebbe? E diche colore sarebbe? -Tra il cubo e la sfera, tra il bianco e il nero. Il mio lavoro, negli ultimi anni, dopo tutte le possibili esperienze,  si è asciugato. Nel senso che, lavorando per sottrazione, sono arrivato all’essenza delle cose. Spesso mi trovo a individuare delle soluzioni in teatro, che potremmo definire sintetiche , minimaliste, perché  vanno oltre il compiacimento, il dettaglio.Quindi possiamo dire l’eleganza nella sintesi. In fin dei conti ci siamo divertiti negli anni a vestirci in tanti modi, a seguire varietendenze. Amo i colori; se penso agli anni ’70 e ‘80 vestivo Missoni,  coloratissimo . Ho conosciuto Rosita e Ottavio Missoni : è nata un’amicizia speciale e una divertita complicità. Ho chiesto che  collaborassero ad una “Lucia Di Lammermoor” che mettevo  in scena alla Scala : volevo i loro colori nella realizzazione dei costumi . Quando vivevo a Parigi tutti amavano  i miei pullover Missoni. Ma per le occasioni in cui il dress code imponeva il nero, Ottavio mi fece una giacca di maglia di seta, bellissima, total black.  con la quale ho avuto  grande successo. Ce l’ho ancora. Soprattutto adesso che mi vesto quasi sempre di nero.Il colore mi piace sulla scena, in tutte le declinazioni, soprattutto prediligo il viola che in teatro non piace  per una antica superstizione . Io, al contrario, lo uso sempre .Adesso lei dice che nel tempo sta sintetizzando, sottraendo. E lo faccio anche col colore: questo mi ha aiutato a realizzare  sulla scena atmosfere drammaticamente più intense.  Si passa attraverso dei periodi, diciamo. - Ci sono stati anni, in cui i cantanti più  richiesti avevano il loro guardaroba personale. Quando io ho cominciato, giovanissimo, fuori casa e squattrinato ,  ma apprezzato da alcuni artisti accettavo delle richieste di disegnare costumi a titolo privato . Giulietta Simionato, incontrata in  “Carmen” a Genova dove ero scenografo e costumista,con la regia di Zeffirelli, mi chiese di disegnarle i costumi per Eboli, Amneris , Azucena per una sua prossima  tournée. La ragione era che  , arrivando in teatro all’ultimo momento , non volevano essere costretti a mettersi addosso vecchi costumi di repertorio.- E poi si è un po’ persa questa cosa. Quando è che lei si ricorda la transi-zione? Personalmente mi è capitato quando all’inizio degli anni Settanta un “Don Carlo” pensato per la Fenice è stato ripreso a Napoli al San Carlo. Nel ruolo di Filippo II al posto di Ghiaurov c’era Boris Christov, che fu convocato in teatro per provare i costumi. Rifiutò dicendo che aveva i suoi. Pretesi che venisse perché i nostri costumi erano parte integrante della nuova produzione . Venne alla fine di pessimo umore con la moglie. Ma già dopo aver indossato il primo costume,dichiarò che avrebbe desiderato acquistarne una replica, mentre non finiva di pavoneggiarsi davanti allo specchio. La verità è che all’epoca si facevano spettacoli di routine, ripresi praticamente senza prove col regista stabile del teatro, e vecchi allestimenti. Quando poi si è arrivati al teatro di regia, è iniziato un graduale rinnovamento .Quindi lei dice che è stato un cambiamento naturale nel momento in cui si è dato più spazio alla creatività del regista. Questo riguardava non solo il costume ma anche la scenografia. Importante per me seguire entrambi per  ottenere un’unità di stile, attraverso un’estetica personale. A costo di essere  etichettato per l’eleganza dei miei spettacoli .- Sembra una cosa positiva o no? Non vedo controindicazioni. Quando  sono passato alla regia e ho smesso di inventare scene e costumi per altri registi, si è pensato che io dessi più importanza alla parte visiva che  al concetto. Il che non è assolutamente vero. C’è chi ha scritto, parlando del mio lavoro, che la ricerca costante della bellezza non è un fatto puramente estetico bensì una filosofia, uno stile, che non trascura il concetto dell’opera  ma anzi lo esalta. La componente estetica, l’ironia aiutano talvolta a far capire un’opera.“Un giorno di regno” di Verdi, si ispirava all’eleganza e al modo di vivere godereccio dei parmigiani; ci  si metteva  a tavola con qualsiasi pretesto. L’apparizione di Anna Caterina Antonacci è rimasta memorabile. Il suo striptease per entrare nella vasca da bagno lasciava senza fiato. Ma prima di toglierselo quel vestito elegante ne aveva fatto un personaggio. Un  po’ mi disturba questo preconcetto: l’immagine è bellissima e dentro non c’è niente. Io non posso nel mio lavoro prescindere dalla bellezza.che significa anche chiarezza, sostanza, sopratutto rigore.-. Adesso c’è un gran discutere sugli aggiornamenti che si fanno sulle opere. -Perché no? Io stesso ne  sono stato un precursore,  per quantoriguarda gli spostamenti di epoca. Nel ‘70 al Teatro alla Scala con “I Vespri Siciliani”  ho ambientato la vicenda nell’epoca di Verdi: Risorgimento anziché medioevo. Verdi avrebbe voluto dare un’immagine più politica e provocatoria ma non poteva farlo in modo diretto perché la censura non glielo permetteva. Adesso si poteva. Ne ho parlato al direttore d’orchestra Gianandrea Gavazzeni che sostenne l’ idea! Lo spettacolo inaugurale   , Il 7 dicembre , alla Scala fu apprezzato,  a parte qualche  purista filologo,e poi ha avuto molti epigoni. Non ho esitato ad attualizzare opere che si prestavano a questa trasposizione come “La Pietra del Paragone” di Rossini al  Festival di Pesaro. Un’allegra brigata di giovani  trascorre una  villeggiatura,piena di colpi di scena come potrebbe succedere anche oggi , non necessariamente due  secoli fa e in questo caso l’ho ambientata in una villa con piscina e tutto ha funzionato perfettamente.  Non mi pare il caso invece di aggiornare opere legate a fatti o personaggi storici.Anna Bolena  in tailleur non ha senso: oggi si fa,  ma secondo me non è corretto. Sono del parere che le opere vadano rappresentate per quello che sono e non per quello che noi registi vorremmo che fossero. Recentemente ho fatto “Il Barbiere di Siviglia” e “Le nozze di Figaro”, che hanno una fonte letteraria comune importante . È interessante far vedere cheBeaumarchais pensava due secoli fa cose che noi ritroviamo nell’attualità: ci ha pensato già allora, il confronto serve a questo. Certo, poi ci può essere una nota aggiuntiva, una interpretazione insolita per dare al pubblico il modo di entrare in un mondo diverso, togliersi dalla banalità del quotidiano. - -Questo lo trova un valore aggiunto? -Certo! Quando ho scoperto il teatro a sette anni   , portato alla Scala da mia madre ad una matinée, ho capito che quello che vedevo lì e che mi incantava completamente era il mondo nel quale avrei voluto vivere il resto della mia vita, e questo è avvenuto.Non ho mai cambiato idea da quel momento; ho sempre e solo pensato che avrei fatto del teatro perché lì non mi sarei annoiato e perché avrei potuto vivere nel sogno. Non è stato sempre un sogno ovviamente, ho attraversato anche qualche incubo, ma in generale  è andato tutto come speravo . Parlo con  giovani che esitano a fare delle scelte nell’età giusta: non hanno idea di che cosa faranno, però devono scegliere perché se perdono  il momento delle grandi decisioni, quelle che condizionano il resto della tua vita, quel tempo lì nonlo recupereranno più.. - La regia come architettura del pensiero. Tra gli architetti contemporanei chi sente piùvicino alla sua idea di spazio narrativo? -Francamente non saprei, ma credo all’importanza dell’architettura come formazione anche per il mestiere del teatro. Bisogna avere le idee chiare sulla struttura, sulla organizzazione dellospazio , determinante  per un futuro scenografo. Mentre frequentavo il Politecnico a  Milano sapevo che non avrei  costruito  ponti o aeroporti. Mi affascinava l’effimero, non lo stabile. Lavorare per l’eternità non mi ha mai appassionato più di tanto. Il teatro addirittura è più effimero di altre forme di spettacolo. Il cinema per esempio mi ha spesso annoiato quando l’ho fatto tante volte come art director . Curiosamente  ci sono rappresentazioni che a dispetto dell’effimero continuano a vivere. “Rinaldo” di Haendel , che ho messo in scena quarant’anni fa,  continua a girare il mondo. Certo, uno spettacolo per sopravvivere alla suacondizione di effimero deve poter invecchiare,  deve  reggere al tempo. Un altro aspetto singolare del mio carattere, a parte la curiosità, è l’impazienza, che per me vuol dire superare continuamente i traguardi raggiunti.andare oltre. La fretta è un’altra cosa, è sbrigliamoci e andiamo avanti. No. L’impazienza è arrivare presto alla conclusione per poter guardare oltre la siepe. Iniziare un altro progetto e sfogare in qualche modo tuttoquello che hai in testa. - Tutto come parte di un processo continuo che non ha fine.. - La memoria come materia scenica. Quasi tutti i suoi allestimenti sono tornati sullascena più volte. Come, secondo lei, il tempo interagisce o interferisce conla ripresa dei suoi allestimenti? E la nostalgia la accompagna o la combat-te? -La nostalgia non so cosa sia,  non mi interessa. Non ho nessuna voglia di guardare indietro. È vero che ho ripreso molti spettacoli, ma ci ho sempre rimesso le mani, li ho sempre riadattati, aggiornati ,talvolta radicalmente cambiati: ho fatto cinque o sei diverse edizioni di “Macbeth”, di “Aida”, di “Tancredi”. Cambia lo spazio scenico e quindi si trovano nuove soluzioni . Ci si guarda attorno e si  sentono nell’aria continui cambiamenti. . - Il corpo dell’opera. Qual è il gesto più potente che un interprete può compiere in scenasenza pronunciare una sola nota? -Dipende da quello che deve dire o fare. Nel teatro Barocco per la gestualità c’era un codice preciso, ad ogni parola corrispondeva un gesto, noto allo spettatore che era in grado di seguire il discorso. Personalmente credo nell’intensità dell’espressione  , nel silenzio di certe pause, in momenti di assoluta immobilità. - L’eleganza come rivoluzione silenziosa. La sua estetica è nota per sobrietà, precisione e rigore. C’è un elemento volutamente imperfetto che le piace introdurre per rompere un’armonia un po’ troppo compiuta? -Questo non può essere sistematico. È  l’ estro. È un’intuizione, l’idea di un momento. - Il tempo come alleato. Cos’è che il tempo ha levigato nel suo sguardo e cos’è che invece lo ha reso più affilato? -Quello che viviamo oggi non è un momento  creativamente felice. Sotto tanti punti di vista. . Ci sono le guerre, l’indifferenza da una parte, l’ignoranza dall’altra, l’avidità, la corruzione, la violenza  , la volgarità, la bruttezza, la discriminazione, la mancanza di valori spirituali, di ideali. Un immenso disordine. Non c’è allegria, voglia di vivere. Amore.. Senza nessun tipo di nostalgia mi capita di pensare a come sono stato fortunato  a vivere un momento digrandi fermenti come l’immediato dopoguerra.  avevo quindici anni eintorno a me c’era una gran voglia di mettersi in gioco.. Oggi ci si prende troppo sul serio, manca l’ironia, la curiosità,I giovani non sono particolarmente curiosi perché hanno tutto a portata di mano. Il telefonino, questo aggeggio diabolico, del quale siamo tutti dipendenti è un disastro perché ha ridottol’universo a un quadratino nel quale c’è dentro tutto. Ci si può solo perdere.e non ci sono prospettive. Personalmente continuo a vivere liberamente come ho sempre fatto.Continuo a leggere, vedere gente, dialogare.La cultura deve essere conquistata. C’è un prezzo da pagare per qualsiasicosa . I quadri , per esempio, non ti può bastare di vederli riprodotti nei libri, devi andare nei musei a cercarli, dialogare con loro. Lo faccio con quelli che ho appesi in casa. Li guardo  come guardo gli amici, le persone che amo..-Manca forse un po’ di empatia? -Oggi abbiamo poco tempo per guardare le persone in faccia, guardarle negli occhi, dialogare. Se uno è abituato a guardare uno schermo e poi si trova davanti una persona in carne e ossa…l’imbarazzo, il disagio, sono inevitabili.Ci sono  abitudini perdute, che non vengono più neanche considerate.Ho vissuto molti anni a Parigi, in un clima sempre effervescente e c’era una cosa che mi piaceva molto: le cene che avevano uno scopo finale: la conversazione. Si passava in salotto e si facevano le ore piccole conversando su vari argomenti, che nascevano dall’attualità , dall’ascolto di un concerto, dalla visione di un film, dalla lettura di un libro appena uscito.. Si incontravano intellettuali che era un piacere ascoltare e lo scambio di idee era stimolante. Ma vi era, in primo luogo , proprio il piacere  di esprimere idee, di confrontarsi. L’opera come specchio dell’Europa. Quale opera racconta meglio l’Europa di oggi? E quale dovrebbe ascoltare per capire davvero sè stessa? -Onestamente non mi viene in mente . L’Europa è una magnifica idea, non realizzata,  un’utopia . Il mondo di oggi è in mano a pochi eletti, deliranti, la cui potenza è solo economica. Senza ideali, senza prospettive democratiche.Cosa rende davvero elegante un uomo nel 2025? La semplice naturalezza, essere sè stessi. La moda è in fondo un non-senso perché quello che è di moda oggi domani non lo è più. Eleganza è restarne fuori.. - Qual è invece l’errore di stile che le dispiace vedere troppo spesso? La mancanza di autoironia , l’ostentazione, la rozzezza. L’educazione e la modestia sono un bell’esercizio di stile. - Qual è l’oggetto non teatrale che sente più simbolico del suo modo di vedere la vitaIl quadro caravaggesco che ho acquistato, primo di una lunga serie perché da questo è nata nel tempo  una collezione in cui mi riconosco e forse racconterà ai posteri chi è stato il collezionista Oggi le biennali sono soprattutto fatte di installazioni. Dove finiscono ? Nei musei, nel migliore dei casi. E non so quanto possano durare perché invecchiano male e deperiscono rapidamente .Voglio dire che è tutto  fuori misura, s proporzionato, gonfiatodai mercanti perché diventi uno status symbol. Io di un quadro , prima di possederlo, mi devo innamorare. Sulle pareti di casa devo trovargli il giusto spazio, in maniera che possa relazionarsi con gli altri quadri. Nasce in tal modo una quadreria che ha una sua logica, un ‘anima .  L’altro tipo di collezionismo, quello speculativo, visto comeinvestimento, a me non interessa minimamente.  Con l’arte c’entra poco.Il vizio elegante che non confesserebbe mai, tranne ora. Non saprei rispondere. I vizi, me li sono tolti tutti! Non prendo più caffè e non fumo più da cinquant’anni. In gioventù ho fumato quaranta sigarette al giorno . Ho ridotto  anche le dosi di cibo, i dolci soprattutto, ma dev’essere buonissimo. - La sua arma segreta per non perdere la pazienza in teatro.Essere impaziente. Superare gli ostacoli, senza perdere tempo. Andare avanti, sempre.- Il dettaglio che le fa capire subito se qualcuno ha davvero gusto. Basta un’occhiata. Non si ha bisogno di bere tutta la botte per capire se il vino è buono. - -Il lusso totalmente inutile… e proprio per questo indispensabile.I miei domestici. Anna e Giovanni, stanno con me e mio figlio Massimo da 25 anni.la cosa più Pizzi che ha fatto nella vita di tutti i giorni?Diventare Pizzi.